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 Hedda Cacchioni studio e.c. online

Post con #psicologia tag

Pazzi per le serie tv

14 Novembre 2017 , Scritto da Pasquale Saviano Con tag #Psicologia

 

Pazzi per le serie tv
Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta

 

 

Il successo delle serie tv? Si basa sulla ripetizione che porta sicurezza ed identità. È
come per la fiaba che i bambini imparano a memoria o per la frase cult sentita
continuamente in tv. Viene da chiedersi per quale motivo la ripetizione, in questi casi, invece di annoiare piace. Per capire il meccanismo dobbiamo rifarci alla frase di storica memoria “ripetita iuvant”. Ma non considerandola nell’accezione più comune e scolastica a cui siamo abituati, cioè che ripetere ad oltranza un esercizio, una lezione da imparare giova all’apprendimentoed al ricordo. La visione che forse gli antichi avevano di questo detto è che “le cose ripetute giovano” ed è infatti per questa sorta di sicurezza che si prova nel vedere cose uguali o simili tra loro, nel gusto che si trova nel ripetere e che rende piacevole anche le attività faticose (si pensi agli allenamenti sportivi) che le serie tv fondano il loro successo. Pensiamo al bambino quando impara parlare. Egli all’inizio ripete monosillabi senza senso, man mano che li ripete riconosce le parole che chi gli sta intorno gli ripete, familiarizza con i suoni acquisendo padronanza con i singoli vocaboli che ripete ogni volta che vuole sviluppando poco alla volta il linguaggio. L’apprendimento quindi si va ad innestare su qualcosa ripetuto più e più volte, come nel caso di una canzone che viene imparata e cantata ascoltandola tante volte. Ripetendo si acquista la certezza della conoscenza delle parole che la compongono e si arriva a cantarla a squarciagola sotto la doccia senza l’accompagnamento musicale. Ciò che impariamo entra a far parte della nostra vita e va a comporre la nostra identità rendendoci unici e dandoci sicurezza. Sapere, o immaginare di sapere come andrà finire una fiction, un racconto, una serie tv, dà sicurezza. La stessa sicurezza che cercano i bambini quando chiedono ai genitori di raccontargli sempre la stessa fiaba o di rivedere sempre lo stesso cartone animato ed arrabbiandosi se chi legge salta una frase o anche solo un aggettivo. Attraverso questa ripetizione essi ripercorrono un cammino già noto e che li porterà ad una conclusione che già conoscono donandogli sicurezza dell’immutabilità di certe cose. Il piacere della rassicurazione è importante per il bambino quanto per l’adulto. Ed è proprio sul piacere della consuetudine e della certezza che si basa il successo dei tanti tormentoni televisivi e di ogni puntata di fiction e serie tv. La struttura che dà all’episodio chi lo scrive serve a tenere lo spettatore incollato allo schermo nell’attesa che si verifichi ciò che lui si aspetta, che si concluda ciò che è cominciato nella puntata precedente. Ecco perché nella costruzione di una stagione di una serie tv c’è quasi sempre, oltre il tema principale che caratterizza la serie tv (crime, drama, horror, comic), un altro tema che la percorre dall’inizio alla fine (magari una relazione tra i due protagonisti principali, un rebus che viene dipanato lentamente ad ogni puntata), e poi esiste il tema della puntata stessa che nasce, si sviluppa e si conclude nell’arco dell’episodio. Tutto ciò ha anche il piacevole risvolto di contribuire all’identità di gruppo: quando si ripete uno slogan si ribadisce l’appartenenza ad un gruppo, si condivide con gli altri fan di quel personaggio o di quel programma una comune identità. Senza soffermarsi poi su tutto ciò che nasce intorno ad un serial tv (blog, forum, gruppi social, convention, eventi, ecc.) che rappresentano altre strade della socializzazione.

In questo senso il tormentone viene ad essere una forma di condivisione che serve da
sostegno quindi, a conti fatti, potremmo dire: “condividere iuvat”.

 
© Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta
Dott. Pasquale Saviano
Psicologo - Psicoterapeuta
Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicanalitica
Corso Europa, 12
Frattamaggiore (NA)
Tel. 3204692910
savianopasquale@hotmail.com
www.facebook.com/PsicologoFrattamaggiore

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Pasquale Saviano

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Uso e abuso della tecnologia.

7 Novembre 2017 , Scritto da Pasquale Saviano Con tag #Psicologia

 

Uso e abuso della tecnologia
Dove sta il problema?

Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta


 

Nel corso degli anni lo sviluppo dell’uso delle nuove tecnologie ha portato tutti a

confrontarsi e a relazionarsi in modi diversi e sempre nuovi. Dalla nascita di Internet ad

oggi molte cose sono cambiate. Si pensi alle chat che poi si sono evolute negli attuali social

media: a farne le spese sono le relazioni interpersonali.

L’uso delle nuove tecnologie ha portato anche ad un enorme cambiamento in bambini

ed adolescenti, soprattutto a scuola nelle loro capacità di concentrarsi, di prestare attenzione,

di memorizzare. I bambini sembrano essere più iperattivi si muovono continuamente e

spesso compiono atti di violenza gratuita ai danni dei coetanei. I giovani inoltre talvolta si

estraniano finendo a fantasticare in altri mondi, dimenticano facilmente le cose o si limitano

ad avere pochi o nessun interesse.

L’utilizzo sempre più massiccio dei media digitali ed in generale di smartphone, pc e

videogiochi da parte di ragazzi e ragazze (bambini, adolescenti e giovani) può portare grossi

problemi legati all’attenzione e alla memoria.

Manfred Spitzer, neuropsichiatra tedesco, nel suo libro Demenza digitale, si sofferma

proprio sul fatto che l’abuso di tecnologia digitale scoraggi l’apprendimento, diminuisca le

capacità di socializzazione e può portare anche a gravi casi di depressione.

Gli insegnanti parlano in misura crescente di un’incapacità degli alunni di ascoltare,

riflettere, memorizzare, stare fermi. Tanto da porsi una domanda: “Possono non utilizzare la

tecnologia?”. Personalmente sono assolutamente d’accordo con l’uso delle tecnologie

digitali, sia nella vita che nella scuola. Il problema purtroppo non sta nell’uso di queste ma

nel modo in cui essere vengono utilizzate.

Troppo spesso i ragazzini vengono lasciati “soli” con i loro giocattoli elettronici,

come baby-sitter instancabili che riempiono le giornate di bambini, unici compagni di gioco

che sicuramente non fanno loro del bene. D’altro canto i genitori dovrebbero essere più

presenti. Capita sempre più spesso di vedere bambini con tablet o smartphone in mano

mentre i loro genitori sono intenti a chiacchierare, a svolgere attività o a dedicarsi a loro

stessi. Dalla digitalizzazione non si torna indietro, si tratta di un processo inarrestabile che ci

porterà di fronte a scelte sempre più difficili da affrontare con occhi critici.

Anche la scuola, e di conseguenza la didattica, si sta adattando ai tempi (lim, registri

elettronici, ecc.) e di conseguenza la didattica. La strada da perseguire forse è proprio quella

di insegnare a figli ed alunni come utilizzare in modo appropriato e ragionevole le

tecnologie digitali affinché non vengano risucchiati da esse.

 

 

 

PER APPROFONDIRE:
Manfred Spitzer, “Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi”,
Corbaccio.

Dott. Pasquale Saviano
Psicologo - Psicoterapeuta

Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicanalitica
Corso Europa, 12
Frattamaggiore (NA)

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    Pasquale Saviano

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    I Cahier dei Progetti studio E.C. online

    2 Novembre 2017 Con tag #Novità?, #Percorso discipline sport: running - nordic walking - bicicletta, #Articolo attinente al Percorso Digiuno Terapeutico, #Percorso: Evoluzione libro come racconto di sè espressione di desiderio realizzato, #Articoli attinenti Percorso Catasterizzazione atavica, #Articoli attinenti al Percorso Maieutica, #Diritto, #Filosofia, #Oriana Fallaci. Lettura brani dei suoi libri, #Psicologia

     

     

     

     

    I Cahier dei Progetti studio E.C. online
    a cura studio E.C. online
    http://www.eddacacchioni.it



     

    L'imput dei quaderni mi è stato dato dal desiderio di esserci per tutti. L'idea è scaturita dalle conferenze svoltosi in diversi luoghi compreso il web.
    Nulla di nuovo nessuna invenzione e creazione, solamente Cahier dei Progetti studio E.C. online in cui troverete, semplici trattati, con discussioni ad ampio spettro sui Progetti studio e.c. online presentati nel sito, sviluppati in web e presso centri estivi in comunità e privati.

     

     

     

     

     

     

    Per maggiori dettagli sul come ordinarli cliccare sull'articolo soprariportato.

    Per la scelta dei Progetti studio e.c. online cliccare sull'articolo sottoriportato

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    Le mani

    31 Ottobre 2017 , Scritto da Pasquale Saviano Con tag #Psicologia

     

    Le mani
    Dott. Pasquale Saviano
    Psicologo – Psicoterapeuta

     

    Una canzone comincia così: “Le mani, tutto comincia sempre dalle mani…”. Tanti

    artisti si sono soffermati sul potere che queste hanno nella vita degli individui. Ed infatti le

    mani, i palmi, le strette di mano vengono spesso usati a scopo di controllo. I palmi aperti ed

    alzati servono a manifestare l’assenza di armi e di conseguenza la mancanza di volontà di

    fare del male.

    Le mani sono state lo strumento più importante nell’evoluzione umana. Il cervello ha

    più correlazioni con le mani che con le altre parti del corpo, si pensi anche all’uso che ne

    fanno i non vedenti.

    Tuttavia non molti prestano attenzione all’uso che ne fanno durante una

    conversazione (alcuni le muovono gesticolando in continuazione, altri toccano il loro

    interlocutore per attirare l’attenzione) o come le stringono all'altro (una stretta di mano forte

    e decisa denota sicurezza ma non tiene conto che può far male all’altra persona, soprattutto

    se questa indossa degli anelli).

    I palmi delle mani sono stati associati sempre ad onestà, verità, lealtà: infatti l’atto

    del giuramento davanti alla bandiera o in un’aula di tribunale sono estremamente indicativi

    della lealtà che caratterizza quel momento.

    Allo stesso modo colui che mente, soprattutto i bambini, tenderanno a nascondere i

    palmi delle mani dietro la schiena, o gli adulti che invece tendono a tenerli in tasca o a

    tenere le braccia incrociate per nascondere le mani.

    In linea di massima, se una persona sta dicendo il vero tende a mostrare le mani e

    soprattutto i palmi, mentre se sta mentendo, o vuole manipolare l’altro li nasconderà. Questo

    atteggiamento viene rilevato dai venditori più navigati rispetto a chi hanno di fronte nel

    tentativo di capire quali siano le loro reali motivazioni rispetto all’acquisto o meno di un

    prodotto.

    Tenere le mani in tasca è anche indice di non voler partecipare ad una conversazione

    anche perché le mani, come detto, hanno una forte componente comunicativa.
     


    Dott. Pasquale Saviano
    Psicologo - Psicoterapeuta
    Specialista in Psicologia Clinica e  Psicoterapia Psicanalitica
    Corso Europa, 12
    Frattamaggiore (NA)
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    Pasquale Saviano

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    Emozione

    27 Ottobre 2017 Con tag #Psicologia, #Articoli attinenti Tecnica. Percorso: la cartomanzia come supporto alla Terapia per sviluppo della coscienza, #Articoli attinenti Percorso Evoluzione libro come racconto di sè espressione di desiderio realizzato, #Articoli attinenti Percorso Catasterizzazione atavica, #Filosofia

     

     

     

     

     

    Emozione
    a cura studio E.C. online
    http://www.eddacacchioni.it

     

     

     


     

    Lucio Battisti da Emozioni

     

    Dal latino ''emotione'' significa sommovimento dell'animo derivazione da ''emovere'' cioè smuovere, scuotere fortemente.
    Nel termine c'è un forte senso vibratorio personalizzato in cui riflette lo stato di animo interiore dell'essere umano. Permettemi una soggettiva digressione al quale non posso rinunciare: gli animali quanto esseri senzienti provano emozioni.

    David G. Meyers  definisce l'emozione una ''eccitazione fisiologica, comportamenti espressi, e l'esperienza cosciente''

     

     

     

     

     

     

                                   

    Fondatore del Chopra Center for Well Being
    Il libro riassume I casi di autoguarigione da malattie ritenute incurabili. Gli studi di Deepak sull'Ayurveda un antico metodo di guarigione lo portano ad un connubio tra medicina occidentale fisica e teoria ayurvedica.

     



                          

     

     

     

    Categorie delle emozioni
    Riassumendo l'emozione proviene da l'esperienza che può essere di gioia o di dolore con delle reazioni a livello fisiologico neurologico, cognitivo espressioni delle teorie estrapolate dagli studi di Cannon.
    Le 3 categorie delle emozioni sono così raggruppate:
    . teorie fisiologiche e rispondono al concatenamento delle percezioni visive uditive tattili
    . teorie neurologiche risposte allo stimolo emotigeno.
    . teorie cognitive tutte quelle attività mentali da cui è scaturito lo stimolo emotigeno e i suoi conseguenti comportamenti.

     

    Gli insigniti di riferimento
    Un incontro di pensiero si trova in W. James e Carl Lange in quanto entrambi hanno dato luce alla ''teoria del senso comune'' in cui le risposte prevedibli per generalizzazione, esempio, alla domanda: <<perchè piangi?>> la risposta di molti è <<perché sono triste>>
    Ciò spiegherebbe il malinteso dell'interpretazione dell'agire quotidiano, le reazioni fisiche, un senso comune che abbrutisce l'essere umano non lo eleva a persona pensante. Sostenitori del 'non piangiamo perchè sono triste' piuttosto 'ci sentiamo tristi perchè piangiamo'. Il cuore non batte più in fretta perchè il cuore batte più in fretta.

    Tuttavia altri come W. Cannon nel 1927 dopo aver analizzato la teoria James-Lange fecero notare che all'emozione si aggregano anche altri fattori associabili ad esperienze differenti, esempio gli stati viscerali che si hanno con paura e rabbia si provano anche con la sensazione di freddo e febbre.
    A conferma degli studi sul Talamo per opera di Philip Bard 1929 stabilisce l'importanza degli impulsi sensoriali fatti passare per il Talamo.
    L'esperienza genera l'Input verso l'alto della corteccia aprendosi all'emozione soggettiva e verso il basso ai muscoli, alle ghiandole e agli organi viscerali mettendo in atto alcune modificazioni fisiologiche.

    Per quel che riguarda la risposta cognitiva Shacheter e Singer spiegano come l'essere umano mentre fa l'esperienza ha un'eccitazione fisiologica e poi identifica il motivo per capirlo ergo etichettarlo quanto emozione.

     

     


     

    Dolorificante amore  La conoscenza non è di supporto al dolore non ci permette d'ignorarlo. (hedda cacchioni)

     

     

    Dolorificante amore

    La conoscenza
    non è di supporto
    al dolore
        ...
    non ci permette d'ignorarlo.

     

      Hedda Cacchioni
    Counselor   Case Manager
                  Artista


     

     

     

     

     

     

     

     

     

    L'emozioni primarie sono:
    . rabbia esacerbata chiarificatrice di una frustazione
    . paura che sopraggiunge per il criterio di sopravvivenza
    . sorpresa si ha quando un evento è inaspettato che a sua volta si esprime con gioia o dolore
    . attesa
    . tristezza la non raggiungibilità di un obiettivo
    . gioia relizzazione di sè
    . disgusto
    . accettazione

     


    L'emozione secondaria ma non per questo meno importante che un individuo può provare sono allegria, invidia, l'ansia, rassegnazione, gelosia, speranza, perdono, offesa, nostalgia, rimorso, delusione.

    Lo stato emozionale è breve e intenso il suo prolungarsi genera quelli che si chimano ''stati di animo'' o ''sentimenti''. Nonostante la loro similarità il pensiero cioè l'attività mentale con i contenuti simbolici, nell'emozione sussiste un interruzione momentanea mentre negli stati d'animo il pensiero fluisce, si modifica adattandosi all'esperienza.
    La vergogna è relativa proporzionalmente inversa all'interno del contesto sociale in cui si coabita, dove sussistono delle regole condivise.
    Sapendo che l'emozione sia di gioia o dolore può far cessare il caso dei nostri pensieri ergo compromettere lo stato fisiologico-cognitivo ergo la risposta come azione è opportuno esserci sempre, vivere nel qui e ora come fossimo in un eterna emozione in cui i pensieri non s'interrompono coerenti nel loro scorrere, manifesti nelle nostre scelte che propenderanno per quei valori che faranno del vivere un eterna vacanza tra gioia ergo benessere.

    Gli stimoli possono essere emotigeni o neutri la loro peculiarità è la momentanea interruzione del pensiero.

     

     


     


     

    Racconta l'iter della creazione dei malati . Svelando situazioni assolutamente da evitare!

     

     


     

     

     

     

     

    Quando l'amicizia ti attraversa il cuore lascia un'emozione che non se ne va

    Laura Pausini

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    Genitori e figli. Dubbi e perplessità

    24 Ottobre 2017 , Scritto da Pasquale Saviano Con tag #Psicologia, #Articoli attinenti al Percorso Maieutica

     

    Genitori e figli. Dubbi e perplessità
    Dott. Pasquale Saviano

    Psicologo – Psicoterapeuta

     

    Franz Kafka interpreta la famiglia come un organismo unico, un corpo, un tutto, che per sua intrinseca natura cerca di raggiungere una condizione di assenza di dolore che viene chiamata armonia. Ora, tutti conosciamo, chi più chi meno, la visione pessimistica di Kafka rispetto alla vita e quanto egli abbia potuto esperire sulla sua pelle le ferite inferte da una dura educazione patriarcale. È proprio in quest’ottica di armonia che in passato si sono perpetrate le maggiori ingiustizie. Soprattutto nelle vecchie famiglie patriarcali nelle quali sarebbe stato molto difficile trovare forme educative ispirate ai principi di un “sereno altruistico ed amoroso potenziamento delle inclinazioni di un essere umano in formazione, o almeno la serena accettazione di uno sviluppo autonomo” come affermava Jonathan Swift.

     

    Oggi grazie all’evoluzione della famiglia, molti atteggiamenti di vecchio stampo sono stati superati, abbracciando l’idea di essa come un microsistema in cui il buon funzionamento è dato dal sostegno e dal benessere di tutti membri. Tuttavia esistono ancora molte difficoltà delle famiglie soprattutto nella crescita dei figli, nel rapporto genitori/figli e nel rapporto tra fratelli.

    Tra questi possiamo sicuramente trovare l’idea di dover essere necessariamente genitori perfetti e di conseguenza avere figli perfetti, dimenticando che la perfezione essendo utopia forse non dovrebbe essere abbracciata come obiettivo.

    Accettare invece il limite significa riconoscere che l’evoluzione è strettamente legata alla crescita e per tale motivo prevede l’attesa che le situazioni ed i comportamenti si fortifichino con l’esperienza: l’evoluzione infatti, non essendo un processo stabile, è caratterizzato da incompletezza e difficoltà.

     

    Lo sviluppo dell’identità passa attraverso fasi e processi teorizzati da tanti psicologi del passato (Freud, Piaget, Erikson); insomma qualcosa che è in fieri e pertanto non definibile se non in quel preciso momento. L’identità si sviluppa quotidianamente attraverso percorsi emotivi ed affettivi che devono trovare un riscontro in una comunicazione con l’adulto fatta di confronti ed ascolto attivo soprattutto da parte dei genitori. Solo grazie a ciò il ragazzo o la ragazza svilupperanno la fiducia in se stessi, l’autonomia, il distacco dall’egocentrismo infantile, eliminando la dipendenza dagli oggetti primari e dal narcisismo, imparando che hanno gli strumenti per costruire se stessi; imparando inoltre che laddove non ci riuscissero possono affidarsi ai genitori come supporto, ma mai come sostituzione. Ciò permetterà al bambino e poi all’adolescente di far fronte alle frustrazioni che la realtà necessariamente comporta.

     

    Il vero amore dovrebbe essere basato in famiglia, come nella vita sul rispetto della persona e sulle responsabilità che esso comporta, quindi assente da un eccessivo rigore, o, di contro da un lassismo in cui si corre il rischio di scadere; dovrebbe essere affiancato da comportamenti autorevoli ma slegato da quelli autoritari che possono creare forti contrasti con bambini ed adolescenti.

    Viene spontaneo quindi chiedersi dove sia la libertà per i bambini, un tema sul quale i genitori spesso si trovano a riflettere. Per molti viene vista come sconfitta personale quella di dover imporre delle limitazioni ai propri figli. Un limite alla libertà però esiste, un limite che si raggiunge inevitabilmente: ai genitori dunque, in un’ottica educativa non resta altro che imporre delle limitazioni per favorire la crescita. Andare oltre i limiti potrebbe portare non a raggiungimento di maggiore libertà, ma di grande schiavitù. La libertà illimitata difficilmente può rappresentare il modello educativo ideale, anzi, a ben pensare essa rappresenta più una fuga dall’educazione. Non è difficile infatti lasciar fare ai figli ciò che vogliono, ma è piuttosto disfunzionale ed a lungo andare diventa pericoloso. Il rischio più grosso è di cadere nell’apatia o di cercare di reagire con improvvisi scoppi di rabbia, possibilità, entrambe, inappropriate per chiunque voglia definirsi un educatore.

     

    Il punto di partenza dovrebbe essere un altro più che la pura libertà. Il mondo dei genitori e dei figli è diverso: ciò che è importantissimo per i bambini non ha necessariamente un ruolo parimenti importante per i genitori e viceversa. Tenere in considerazione ciò è la condizione imprescindibile per una buona educazione. Da qui la consapevolezza che non esiste l’educatore ideale: nella vita di ogni genitore ci sono momenti in cui si ha l’impressione di rispondere in modo perfetto alle esigenze educative dei figli e momenti in cui ci si sente affranti per aver commesso errori che non hanno portato quasi nulla di buono.

    L’obiettivo di ogni genitore dovrebbe essere non quello del raggiungimento della perfezione educativa e pedagogica, ma quello di rispettare i figli per quello che sono e quello che rappresentano nella consapevolezza della fallibilità che caratterizza tutti gli individui affrontando gli errori con la giusta dose di autocritica.

     

    In questo non c’entra solo l’affetto ma il modo in cui ognuno affronta il lavoro più difficile al mondo e le decisioni che ne conseguono tra apprensioni e distrazioni. Ma soprattutto bisogna considerare che tipo di mamme e papà si è e si vuole essere. Forse chi “meglio” riesce è proprio quel genitore consapevole delle fallibilità di tale ruolo caratterizzato dall’insufficienza, dalla vulnerabilità, dalla fragilità, dal senso dei propri limiti che non sono e non devono diventare ingredienti nocivi all’esercizio della genitorialità.

    Le domande oggi sono tante ed hanno eletto il tema genitorialità a tema onnipresente; questo perché esso rappresenta oggi, per molti, ma non per tutti un tema angosciante foriero di dubbi, innanzitutto sulle capacità di essere genitori. I genitori, insomma, oggi, si sentono fragili, continuamente in bilico tra una forte autorità che li spinge a gridare ed un’innata quanto forte tendenza a soccorrere.

     

    Non a caso in Italia il numero di coppie senza figli aumenta e si gioca tra coppie che non ne vogliono, senza se e senza ma e quelle che li avrebbero anche voluti ma poi il tempo è passato. Forse perché oggi si è diffusa l’idea che fare il genitore sia difficile e con un elevato tasso di insuccesso; la convinzione che il fallimento sia dietro l’angolo porta molte coppie a desistere.

    Ogni genitore fa quello che sa con quello che ha. Mamme e papà sono prima di tutto uomini e donne che possono sbagliare. Tutto sta nel riconoscere i propri errori e nell’avere l’intenzione di porvi rimedio, questa è la vera maturità. Bisogna rendersi conto, come detto che genitori e figli sono diversi, con passioni e difetti da scoprire. Non esistono corsi, libri, manuali o consigli che tengano e permettano di non sbagliare. Diventare genitori significa mettere in gioco tutto il bagaglio di esperienze che ognuno ha dentro, associandolo al grande amore che si prova per i figli e crescendo insieme giorno dopo giorno.

     

     

    Per approfondimenti:

    Franz Kafka, Lettera al padre, Garzanti

    Jonathan Swift, Una modesta proposta, Cantagalli

     

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    Stress e memoria

    17 Ottobre 2017 , Scritto da Pasquale Saviano Con tag #Psicologia

     

    Stress e memoria
    Dott. Pasquale Saviano
    Psicologo – Psicoterapeuta
     
     
    La vita oggi viene vissuta sempre più su alti livelli di attivazione. Siamo iperattivi,
    attaccati agli smartphone, abbiamo il motore sempre al massimo.
    Un atteggiamento che ci caratterizza tutti, soprattutto i giovani che così facendo non
    si rendono conto di perdere lo 0,5% annuo delle capacità di elaborare gli stimoli, ossia la
    capacità di fare sintesi rapide degli eventi, di trarne le conseguenze e di programmare
    l’immediato futuro. A ciò vanno aggiunti anche i “colpi” inferti dallo stress psicosociale che
    ci porta ad accelerare l’impegno peggiorando, in un circolo vizioso, la situazione stressante.
    L’azione dello stress si manifesta a livello fisico con un aumento dei livelli di
    cortisolo e dei radicali liberi che agendo costantemente sulle cellule portano ad un rapido
    invecchiamento dell’individuo.
    La prima a subire le conseguenze di tutto ciò è la memoria. Infatti “l’anomia” cioè la
    tendenza dimenticare nomi e date (in persone di mezza età) laddove non siano presenti
    problematiche neurologiche o “l’amnesia della fonte” che si potrebbe esplicare tra l’altro
    con la ripetizione inconsapevole di un qualcosa già detto. Infine “il deficit della memoria
    incidentale” che potremmo dire rappresenta la dimenticanza dei luoghi dove sono stati
    riposti gli oggetti, sono tutte problematiche a cui può andare incontro chi è soggetto a forte
    stress.
    Tutte queste situazioni possono entrare a far parte della vita di soggetti
    particolarmente stressati che non riescono a gestire più queste “dimenticanze” manifestando
    ansia ed altri comportamenti patologici. Aumentando, di fatto, i livelli di attivazione e
    quindi lo stress.
    In realtà basterebbe tenere sotto controllo i livelli di stress per limitare i danni. Ad
    esempio staccare la spina e rilassarsi è un buon inizio. Non sempre è facile o possibile
    allontanarsi dagli eventi o dalle situazioni stressanti (lavoro, famiglia, figli, partner, ecc.),
    ma la consapevolezza di dover agire per crearsi degli spazi di “decompressione”, momenti
    dedicati a se stessi, in cui ricaricare le batterie è importante.
    Non è necessario pensare a grandi cose o darsi degli obiettivi enormi. A volte basta
    dedicarsi qualche ora durante la settimana. Decidere di passare del tempo (anche poco) con
    se stessi. Dedicarsi qualche minuto al giorno da spendere per se stessi è utile per rallentare e
    guardarsi intorno.
    Inoltre è importante porre se stessi al centro del proprio universo, ascoltando le
    proprie emozioni e sensazioni; è importante perché ci insegna a fare affidamento sulle
    nostre capacità, mettendoci in gioco e crescendo secondi i nostri ritmi e le nostre aspettative.
     
    Dott. Pasquale Saviano
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    Università e progetto di vita

    10 Ottobre 2017 Con tag #Psicologia

     

     

    Università e progetto di vita
     Dott. Pasquale Saviano 
    Psicologo – Psicoterapeuta
     

    La scelta della facoltà universitaria è una scelta che darà il via al progetto di vita di un giovane. Tuttavia non sempre le cose vanno come ci si aspetterebbe e può capitare che nonostante ci si impegni assiduamente non si riescano a raggiungere gli obiettIvi prefissati, tanto da chiedersi se non sia il caso di cambiare strada smettendo di studiare e dedicarsi ad altro. Quando un giovane comincia l’università, in genere, aumenta il tempo dedicato allo studio e ne dovrebbe migliorare anche la qualità. Si tende a personalizzare la metodologia di studio, magari affrontandolo in modo più approfondito, dovrebbe altresì diventare maggiore la motivazione perché si sta investendo sul proprio futuro, sulla propria autonomia e sulla propria crescita.
    Infatti nel passaggio dalla scuola superiore ciò che si chiede al giovane universitario è
    più autonomia e migliori capacità gestionali. Non esiste più l’incombenza dell’interrogazione o del compito in classe, ma si studia in vista di una singola prova che attesterà le conoscenze e le capacità dello studente.
    Tuttavia non tutti sanno sviluppare queste capacità in tempi adeguati. Sono molti, i maschi soprattutto, che si trovano in difficoltà non riuscendo a tenere i ritmi ed andando incontro ad insuccessi. Molti studenti, quindi, se ne hanno la possibilità lasciano gli studi per dedicarsi al lavoro che se nell’immediato dà la sensazione di benessere grazie anche all’autonomia economica che si raggiunge, sul lungo termine potrebbe portare delusioni e frustrazione per la scelta fatta. Altri giovani, invece, continuano il percorso universitario purché gli insuccessi non siano troppo clamorosi. Per altri, ancora, il percorso universitario resta l’unico possibile a causa anche del possesso di un titolo di studio poco spendibile nel mondo lavorativo. A questo punto viene da chiedersi cosa possa fare un genitore quando nota dei blocchi in un figlio universitario. Innanzitutto alla base di tutto deve esserci comunicazione. Confrontarsi con lo studente in modo chiaro e costruttivo è il punto di partenza necessario. Un primo passaggio è quello di valutare se il corso di studi scelto è adeguato agli interessi, alle attitudini e soprattutto alle motivazioni e modalità di studio. Quindi il tutto va inserito in un progetto di vita personale. Spesso la scelta della facoltà universitaria viene fatta senza realmente scegliere, si tende a dirigersi verso qualcosa che si pensa interessante, verso qualcosa che in modo più o meno velato ci propone chi ci sta intorno (genitori, docenti, amici), si sceglie qualcosa che affascina per l’idea che si ha di quella materia, ma nella realtà dei fatti poca attenzione si pone al proprio progetto di vita. L’analisi delle proprie attitudini, delle proprie aspettative, un bilancio delle proprie competenze fatto attraverso figure professionali specifiche (spesso presenti tra i servizi universitari di orientamento allo studio) risultano assolutamente necessari per il superamento dei blocchi cui inevitabilmente si può andare incontr. In linea di massima bisogna considerare che come genitori non si può intervenire in modo troppo diretto sulle modalità di studio e sulle scelte (significherebbe sminuire il giovane e fargli vivere ancora di più un senso di frustrazione). Nasce quindi l’esigenza di rivolgersi ad uno specialista nell’ottica di capire se il blocco non sia legato all’incapacità dello studente di assumersi il ruolo di giovane adulto. Il compito del genitore deve essere quello di motivare lo studente con sostegno, di vigilare discretamente sul numero gli esami effettuati, di mettere dei confini di spesa e di tempo agli studi ed ai momenti di svago. Da parte di entrambi i genitori ci deve essere quella ricerca di alleanza con i figli in un’ottica di ascolto delle loro esigenze. Da parte dei padri, con i figli maschi è necessario dare dei limiti organizzativi e delle direttive ben chiare come quelle sopra riportate. Allo stesso modo al padre spetta favorire (qualora i risultati non vengano raggiunti) un’esperienza alternativa al percorso universitario, magari limitaa nel tempo affinché il giovane “stacchi” e si responsabilizzi attraverso altri canali e viva anche l’esperienza lavorativa potendo fare la differenza tra le diverse modalità di crescita e maturazione. Il lavoro, a tempo, può essere un’occasione per sperimentarsi in contesti meno protetti e più autonomizzanti.


    Dott. Pasquale Saviano
    Psicologo - Psicoterapeuta
    Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicanalitica
    Corso Europa, 12
    Frattamaggiore (NA)
    Tel. 3204692910
    savianopasquale@hotmail.com
    www.facebook.com/PsicologoFrattamaggiore

     

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    Pasquale Saviano

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    Quando le parole non bastano

    3 Ottobre 2017 , Scritto da Con tag #Psicologia

     

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      Quando le parole non bastano
      Dott. Pasquale Saviano
      Psicologo – Psicoterapeuta
       
       
       
      In un momento di forte sofferenza, le parole di una persona cara possono sicuramente essere
      d’aiuto, ma non sempre riescono a raggiungerci. A volte quindi le parole non bastano e vanno
      integrate col contatto fisico.
      Molti sono i vantaggi di un recupero del linguaggio corporeo: come in amore, anche nel dolore il
      contatto con l’altro fa sì che si riconosca la propria esistenza, favorendo la volontà di andare avanti,
      di aprirsi al mondo.
      Nella società occidentale molti sono i momenti legati a separazioni e contrapposizioni: la mente o il
      corpo, la materia o lo spirito, la natura o la cultura.
      Verrebbe da porsi una domanda: se la fisicità rende la comunicazione più fluida ed immediata,
      perché non viene usata in modo naturale? Ma soprattutto perché siamo così restii a manifestare le
      emozioni con i gesti?
      Col passare dei secoli, una sempre maggiore razionalizzazione delle emozioni, un’elaborazione
      sempre più analitica hanno portato ad una vera e propria svalutazione estrema della sensorialità. Si è
      persa quella visione di se stessi come un’unità di fondo che ha bisogno di parole e gesti.
      Se riflettiamo attentamente, oggi, nella nostra società una carezza è accettata e riconosciuta spesso
      solo come manifestazione privata. Raramente viene preferita come manifestazione pubblica e anzi
      viene vista con una certa diffidenza. Chiaramente ci sono casi e casi, non si vuole assolutamente
      generalizzare, né banalizzare, ma stimolare una riflessione in merito.
      Così la parola viene ad essere il sostituto di ogni slancio verso l’altro, per qualunque tipologia di
      espressività perdendo (perché svuotata del significato che la caratterizza) il suo valore. E purtroppo
      risultando estremamente fredda.
      È necessario quindi affidarsi ad una comunicazione più articolata che si avvalga sia della
      verbalizzazione che del linguaggio del corpo.
      Il controllo delle emozioni purtroppo nei secoli è sempre stato considerato un indice di maturità e
      razionalità assumendo quindi una connotazione positiva. Ciò ha portato a quella modalità
      comunicativa spesso non autentica e povera di cui si è parlato prima.
      L’altra faccia della medaglia è la visione di quella corporeità estremizzata che caratterizza i nostri
      tempi. Si corre il rischio di svalutare la mente per un’ostentazione dell’immagine.
      Solo lentamente e da qualche anno a questa parte si sta intraprendendo la strada per raggiungere un
      sano equilibrio, grazie soprattutto alla volontà di capire il corpo nelle sue relazioni profonde con i
      sentimenti e nella sua inscindibilità dalla mente.
      Siamo in un momento di passaggio: è necessario cercare una nuova consapevolezza che permetta di
      vivere il proprio corpo e con la propria parola.
       
      © Dott. Pasquale Saviano
      Psicologo – Psicoterapeuta
      Dott. Pasquale Saviano
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    Essere Umano

    30 Settembre 2017 Con tag #Articoli attinenti Percorso Catasterizzazione atavica, #Dualità del vivere. La vita secondo i ''quanti'', #Articoli attinenti al Percorso Maieutica, #Percorso discipline sport: running - nordic walking - bicicletta, #Psicologia

     

     

     

     

    L' Essere Umano
    a cura studio E. C. online
    http://www.eddacacchioni.it

     

     


    Ogni persona uomo donna bambino ha una storia da racconare, situazioni complesse che s'intrecciano tra legami parentali, amicali, lavorativi, amorosi e atavici.

    In ogni relazione l'essere umano dona e toglie con tutto se stesso stando immerso nella sua dualità di 99,9999% di energia e 00,0001 di materia.  Tuttavia seppur verificato scientificamente, l'essere umano ancora oggigiorno è tenuto in considerazione per ciò che è visibile, cioè il corpo.
    Seppur in alcuni ambienti new age e religiosi hanno in considerazione l'anima,  offrendo una trinità all'essere umano per l'appunto psiche, anima, corpo.

    Con l'affermazione della Meccanica quantistica e la Psicologia Quantistica  gli studiosi oggigiorno riconoscono la ''coscienza'' intesa come 'energia'.
    A occhio nudo noi vediamo  la materia questo strambo eppur affascinante aggregato di cellule qual'è l'essere umano.

     

     

     

     

     

    .....

    [da conferenza, in seguito i collegamenti interni e la Conferenza completa:
    Catasterizzazione Atavica e il Campo Quantico]  
    [grazie per la comprensione]

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    Film ed emozioni

    26 Settembre 2017 Con tag #Psicologia

     

    Film ed emozioni
    Dott. Pasquale Saviano
    Psicologo – Psicoterapeuta

     

    Il potere evocativo di un film può favorire la guarigione da un disturbo emotivo. Film per ridere, piangere, sperare, ricordare, amare, per tornare bambini, per provare paura o scoprire il coraggio. Film per vivere di nuovo emozioni dimenticate o prigioniere del nostro inconscio.

    Il cinema è una finestra sulle nostre emozioni, un mondo fatto di immagini, colori, musica e parole che ci penetrano rimettendo in moto parti di noi sopite. I film di qualità sono disponibili a chiunque voglia attingere sorpresa, curiosità, stupore, gioia e molto altro ancora. Questa loro caratteristica li rende adatti anche per tentare di smuovere situazioni di blocco emotivo che caratterizzano più o meno tutti noi. Ci permettono di avventurarci nel mondo delle emozioni e dei sentimenti favorendo il superamento di momenti di stallo in terapia.

     

    Consigliare la visione di una pellicola scelta ad hoc può essere molto utile per sbloccare situazioni in cui è forte la cristallizzazione emotiva di un paziente che spesso egli non sa o non riesce a superare. Ovviamente non tutti i film sono utili allo scopo. Non si può improvvisare per una scelta così complessa quindi devono essere pellicole di qualità scelte anche con l’aiuto delle critiche e della letteratura competente. È necessario avere ben chiaro il film che si sta consigliando e tenere in considerazione quali “corde” ed emozioni esso andrà a smuovere e suscitare in un determinato paziente.
    Ad esempio: la rabbia del padre, la voglia di riscatto del protagonista, il perseguimento dell’obiettivo nonostante limiti soggettivi e oggettivi, la voglia di tenerezza e di amore del figlio. La persona dovrà essere istruita al riconoscimento di queste parti affinché facciano breccia in lei e possa sviluppare un’analogia tra ciò che è descritto nel film e la propria situazione di vita. In terapia si discuterà delle emozioni suscitate dal film, dalla sua storia narrativa, dalla sua evoluzione, ecc. Le persone si lasciano andare a commenti personali, determinati dal proprio punto di vista che sollecitano per analogia.

     

    Ogni film ha il suo tema emotivo vitale che scatena nello spettatore le sue emozioni più intime permettendogli di entrare in contatto con esse. Ad esempio il tema del dolore in “Viaggio in Inghilterra”, il coraggio ed il desiderio di amore e di tenerezza in “L’ottavo giorno” e “Forrest Gump”, sentimenti che possono svilupparsi in una famiglia quali l’invidia, la gelosia, il risentimento che possono essere superati grazie ad un attaccamento pratico e semplice alla vita come in “Storie di ragazzi e ragazze” o “La famiglia”; la menzogna come artificio per essere come tu mi vuoi nel film “Marnie”; l’erotismo e l’attaccamento alla patria rappresentati ne “Il giorno più lungo”; la giustizia nei film sulla lotta dei neri d’America; il conflitto tra madre e figlia in “Mammina cara”.
     

    Il cinema è un territorio inevitabilmente relazionale. I film aiutano chi non ha il coraggio di portar fuori le proprie emozioni attraverso la trasposizione dei propri vissuti nei vari personaggi cinematografici. I film sono serviti e servono tutt’ora a rendere il mondo un po’ meno invivibile di quanto non fosse prima che il cinema venisse inventato.

     

     

     

    Per approfondire
    Ignazio Senatore, “Curare con il cinema”, Centro Scientifico Editore

    Dott. Pasquale Saviano
    Psicologo - Psicoterapeuta

    Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicanalitica
    Corso Europa, 12
    Frattamaggiore (NA)

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    Family therapy for children - Laboratorio famigliare per bambini

    20 Settembre 2017 , Scritto da traduzione Alice Caymani Con tag #Psicologia

     

     

     

     

    Family therapy for children
    traduzione Alice Caymani
    Critico Culturale Linguistico

     

     

    Children express themselves with words, body language and use their own body to express themselves by dying their hair in eccentric ways they use music and gestures.


    When they can, they use drawings as a way to express their feelings, they sketch chaotic lines that with practice they will represent well detailed figures.
    When the children will start to go to school they will bring with them the activities done outside the school, especially the expressive ones like drawing.

    The differences in drawing and painting is the technique that establish a way for the child to communicate.
    A good school system will encourage this ancient activity, especially in an era where with Tablets everything can be done with a finger.
    Everything that a 6 years old child creates is tied to his emotions: he draws for images like a house, a flower, a person but not a person in particular, not a particular house or flower.
    The child in a drawing express his preferences and conflicts.
    Now we can imagine a parent that spends his time with his child, the parent can also take care of his child’s friends too.
    The father or the mother of the child can be teachers in a drawing class inviting the child’s friends once a month.
    First they must buy the right stationery: erasers, coloured pencils and a lot of paper but the parents will ask to the child’s friends to bring stationery anyway and if they don’t have the right tool, then they will use the purchased objects.
    Then, the parent will teach the children how to hold a pencil correctly and how to sketch properly, they will teach that colouring the big objects first and the small object the drawing will be more neat.
    They will teach how to combine colours and then they’ll let the children talk about their drawings.
    This will help the children to understand small details that usually are hard for them to understand.
    The parent-teacher won’t expect masterpieces, especially because only after the age of 9 the child can enter the phase of realism: they will be able to see the object and try to draw it realistically.

     

    It is important that the parent knows how to be a good teacher and to be equal and open minded, also the parent will try to exhibit the most beautiful drawings and give back the others to the children.
    At last, the parent will do a reunion with the other children parents for decide who will do this “Art Lab” next month.

    This can also help in school/family relationship.

     

     

     

    Laboratorio famigliare per bambini
    a cura studio E.C. online
    www.eddacacchioni.it

     

     

    Il piccolo essere umano nel suo quotidiano comunica con il linguaggio, con la mimica, usa se stesso come mezzo di espressione tingendosi i capelli di un certo colore piuttosto che un altro, usa la musica, i gesti.

     

    Quando può, per raccontarsi usa il disegno con grafismi, ghirigori in un apparentemente caotico insieme, con la pratica rappresenterà figure ben organizzate e ricche di particolari.
    Quando poi il cucciolo d’uomo inizia ad andare a scuola porterà con sé le attività che svolgeva fuori soprattutto quelle espressive tra cui la più importante è il disegno.
    Il disegno, la pittura si differenziano dalla tecnica costituendo entrambe un linguaggio, un modo di comunicare.
    Una didattica scolastica che si rispetti incoraggerà sempre quest’attività dalle origini preistoriche, soprattutto nell’era dei Tablet in cui basta un indice per tutto creare.
    Tutto ciò che disegna un bambino di 6 anni è legato alle proprie emozioni, egli dipinge per immagini eidetiche come le chiama Read; dipinge la casa, il fiore, l’uomo ma non un uomo in particolare, non una determinata casa.
    Il cucciolo d’uomo nel quadro proietta i suoi gusti, le sue preferenze, i suoi conflitti.
    Ora potremmo immaginare un genitore che dedica il suo tempo al proprio figlio ergo agli amici del bambino in questione.. Il papà o la mamma possono fungere da maestro/a di un laboratorio-casa per il proprio cucciolo d’uomo invitando una volta al mese i suoi compagni di scuola.
    Si organizzerà acquistando matite, cancelline, colori a pastello, colori a cera, risme di fogli. Chiederà poi agli amici del figlio/a di portare con loro il proprio occorrente a chi dovesse mancare potrà usare quello messo a disposizione dal laboratorio-casa.
    Il genitore si adopererà ad insegnare a tutti i bambini ad impugnare la matita, come si traccia un segno, come si tiene leggera la mano, insegnerà loro che il disegno risulterà più curato se si colorano prima le cose più grandi e passare in un secondo momento a colorare quelle più piccole.
    Insegnerà loro come combinare i colori. Soprattutto farà parlare il bambino il quale si dilungherà in arricchimenti verbali della sua opera.
    Aiuterà il bimbo a evidenziare quei particolari che non si capiscono molto.
    Il maestro improvvisato non pretenderà molto dai piccoli allievi anche perché soltanto dopo i 9 anni il bimbo entra nella fase del realismo visivo, ergo coglie gli oggetti esterni in sé, li riproduce fotograficamente.

    Importante che il genitore sappia gestire il ruolo in modo aperto ed equilibrato si adopererà per l’esposizione dei disegni più belli e restituirà gli altri ai piccoli artisti. Dopodichè farà una riunione con i genitori per fare scaletta di laboratorio-casa cioè passare la responsabilità ad un altro genitore che si occuperà della ciurma nella propria abitazione.
    Tutto ciò può essere utile anche ai fini scolastici per la collaborazione scuola/famiglia.

     

    Voce Narrante Book Writer Roberta Cacchione. Buon ascolto dallo studio E.C. online.

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    Le graduatorie (dannose) degli adulti

    19 Settembre 2017 Con tag #Psicologia

     

    Le graduatorie (dannose) degli adulti

    Dott. Pasquale Saviano
    Psicologo – Psicoterapeuta

     

     

     

    È tempo di rientri a scuola e tutti sono più o meno in fermento, chi per un motivo chi per un altro: genitori, alunni, docenti, Ma come si è chiuso l’anno scolastico? La tendenza di molte genitori alla fine dell’anno (per i risultati che portano a casa i figli) ma anche durante l’anno scolastico (per i risultati delle verifiche scritte o orali) è quella di chiedere: “Che cosa hanno preso gli altri?”. Spesso passano minuti interi a scrutare i tabelloni con i voti di fine anno, questo anche quando i figli dimostrano una buona diligenza scolastica.

    Purtroppo l’utilità dei voti e delle pagelle è indiscutibile a scuola come nella vita, serve a crescere ed a “certificare” le proprie capacità ed il proprio impegno. Tuttavia il rovescio della medaglia è che essi si prestano a diventare un metodo per stilare classifiche; come su un podio definendo il primo e l’ultimo. È chiaro che se un genitore vuole il figlio davanti a tutti gli altri, quei numeretti diventeranno delle forti attrazioni che permetteranno di fare statistiche e graduatorie.

     

    La domanda che dovrebbero porsi i genitori è rispetto alla valenza che hanno per loro i voti ma soprattutto chiedersi quale valore hanno per i figli. Se la visione non è comune si rischia di trasformarli in boomerang che andranno a colpire la relazione genitori/figli.

    Non c’è nessun problema a voler eccellere e voler raggiungere sempre il miglior risultato possibile, ma dovrebbe essere il ragazzo o la ragazza a sviluppare questo sentimento sulla base delle proprie capacità e delle proprie aspettative. Un genitore che trasmette al figlio l’idea di dover raggiungere sempre i posti più alti genera in lui un’ansia da prestazione che si ripercuoterà a lungo termine sulla sua vita. Egli infatti potrebbe sviluppare l’idea che per non deludere mamma e papà dovrà sempre primeggiare e portare a casa il miglior voto possibile. Tanto più cercherà di ottenere il bene dei genitori attraverso il raggiungimento di ottimi risultati, maggiormente starà male nel tentativo di farlo e nella paura di non riuscirci.

     

    La tendenza di alcuni genitori è quella di soffermarsi sull’unico limite riportato dal figlio (un solo 6 su tutti 7 e 8, un solo debito su tante materie) oppure lodare il figlio di questo o quell’altro amico che a scuola o nella vita hanno raggiunto posti e traguardi di tutto rispetto. Sì, perché alla base di tutto c’è il continuo confronto con l’altro che è sempre migliore del proprio figlio. Alcuni arrivano a lamentarsi della sfortuna di avere un figlio che non riesce a raggiungere quegli stessi risultati.

    Anche leggere in modo ossessivo ed analitico i tabelloni dei voti fuori scuola è indice della chiara volontà di capire chi sia migliore o peggiore del proprio figlio.

    Da ciò i figli imparano una sola cosa che per i genitori essi sono i voti che prendono. Il bisogno di alcuni genitori di avere figli semi-perfetti, sempre al top, all’apice di ogni classifica insegna ai figli che essi non dipendono dal loro valore ma dal voto che prendono. Tutto ciò non fa altro che creare un senso di frustrazione e molto molto spesso scarsa autostima che come detto si rifletterà sulle scelte di vita futura.

     

    Spesso i genitori più accaniti in questo comportamento sono quelli che a scuola avevano problemi. È come se essi implicitamente volessero, attraverso i figli riscattarsi dalla loro non riuscita. Ovviamente questo comportamento non fa bene né ai genitori né ai figli/studenti. Un atteggiamento del genere non insegna altro che lo studio è fatto solo di voti, obbligandoli ad andare bene a scuola per fare felici i genitori, mentre essi non comprendono che la scuola dovrebbe far felici loro.

    Un rapporto chiaro e costante con i propri figli, fatto di un confronto maturo, è auspicabile, facendo passare il messaggio che essi varranno sempre tanto per i genitori, a prescindere dai voti che porteranno a casa. L’importante è che essi si impegnino secondo le loro capacità.

    Del resto un brutto voto non ha mai fatto male a nessuno.

     

     

    Per approfondire

    F. Dell’Oro, “La scuola di Lucignolo. Le ragioni del disagio scolastico e come aiutare i nostri ragazzi a superarlo”, La Feltrinelli.

    Dott. Pasquale Saviano
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    Pasquale Saviano

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    Metodo e tecnica della Bioenergetica di Alexander Lowen

    16 Settembre 2017 Con tag #Psicologia

     

     

     

     

     

    Metodo
    a cura studio E.C. online
    http://www.eddacacchioni.it

     

     

     L'Analisi Bioenergetica è una disciplina consistente l'associazione corpo/mente con l'obiettivo di riportare la persona allo stato di libertà, di graziea e di bellezza; si prefigge di riportare l'equilibrio nell'organismo e proteggerlo dal dolore causa numero uno di molti fattori scatenanti le malattie.

     

     

    Metodo
    Le tecniche utilizzate nel metodo dell'Analisi della Bioenergetica hanno come obiettivo il principio olistico. L'unità corpo/mente porta consapevolezza intuitiva, tant'è spesso usato anche  in psicoterapia.

    L'avvolgente incontro corpo-mente/mente-corpo ha una complessità totalizzante per un recupero affettivo somatico della persona.

    L' obiettivo prevede di ristabilire il fluire energetico attraverso il corpo da sviluppare a livello psichico, emozionale, fisico.
    Il percorso prevede parte attiva del cliente e il riconoscimento del sè, il piacere in senso lato della vita non più basato esclusivamente sul profilo sessuale.

    Lowen sulle basi dello psichiatra Reich abbandona la centralità in cui il sesso primeggia per lo scarico energetico e avanza l'ipotesi  confermandola attraverso il suo metodo che l'essere umano può essere felice avendo il contatto col proprio corpo che non sia necessariamente orgonico ma piùttosto si concentra sulla scoperta dei propri passi e del terreno su cui si regge l'essere umano. 


     


    Come appoggia il corpo sul terreno l'essere umano?
    Da qui si può intuire come il cliente si rapporta col suo essere figlio e ciò che la mamma gli ha lasciato come eredità psichica.
    L'aria e la modalità respiratoria può dare una risposta.

    Quindi se il modo in cui sta in piedi l'essere umano  è associabile al rapporto materno, il modo di respirare essendo un principio maschile è da attribuire al rapporto figlio/padre.


     

    La voce emessa dal cliente può parlare della sua personalità.

     

     

     



    Punti di riferimento
    . Gridare
    . Piangere
    . Respirare


    Azioni che un operatore che si fa carico del metodo può utilizzare per far liberare le emozioni  che a sua volta liberano i conflitti interiori.
     

     

    Il metodo dell'Analisi Bioenergetica prevede il cavalletto creato appositamente da Alexander Lowen per i suoi percorsi di benessere e riequilibrio dell'energia.

     

     

     

     

     

    Smettere di provare dolore. Vivere Gioiosamente e Serenamente la propria quotidianità così come da eco allo studio E.C. online con i suoi Corsi Percorsi Metodi e Tecniche per imparare a vivere ''qui e ora''
     

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    Dislessici e stile di vita

    12 Settembre 2017 Con tag #Psicologia

     

     

     

     

     

     

    Dislessici e stile di vita
    a cura Dott. Pasquale Saviano
    Psicologo - Psicoterapeuta


    http://www.eddacacchioni.it
     

     



    Sono circa un milione e mezzo in Italia, un numero che cresce al ritmo di 25mila nuovi casi l’anno e che comprende il 4-5% dei bambini in età scolare, arrivando ad ipotizzare la media di un bambino per ogni classe di 25 alunni. Stiamo parlando dei soggetti che presentano Dislessia, un Disturbo Specifico dell’Apprendimento che va ad intaccare la sfera dell’apprendimento. È il caso di bambini che in età scolare non riescono ad imparare una tabellina, sbagliano la sequenza delle lettere, confondono la “b” con la “d”, la “p” con la “q” oppure non riescono a memorizzare una poesia o una filastrocca.

    Fino a circa una quindicina di anni fa il problema dei disturbi specifici dell’apprendimento ed in particolare della dislessia era totalmente oscuro, ma grazie all’Associazione Italiana Dislessia, nata nel 1997, oggi se ne parla di più e ci si muove per mediare e favorire gli apprendimenti anche attraverso l’uso di metodologie specifiche ed ausili didattici elettronici. Ciò porta ad una moltiplicazione degli studi e delle ricerche in tal senso e ad una sensibilizzazione ed una presa di coscienza degli operatori nel settore dell’insegnamento che si mettono in gioco al fine di facilitare gli apprendimenti e la vita scolastica dei bambini in fase di scolarizzazione. Tuttavia, in alcuni contesti resta difficile scardinare certe convinzioni ed adattare i metodi d’insegnamento ad una diversa modalità di apprendimento. I tempi per la diagnosi, benché accorciati, rimangono ancora troppo lunghi e le terapie di sostegno all’apprendimento risultano ancora di difficile approccio, lasciando spesso i genitori brancolare nel buio più totale.

    I bambini dislessici non hanno deficit cognitivi nè sono meno intelligenti dei loro coetanei o tantomeno sono pigri o incapaci, semplicemente hanno un modo diverso di apprendere le modalità di fare calcolo, di leggere o scrivere, non automatica come chi non presenta il disturbo.
    La Dislessia evolutiva che insieme alla Disgrafia, Discalculia ed alla Disortografia rientra tra i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, ha una confermata origine genetica ed è un disturbo neurobiologico determinato da un insieme di fattori genetici che si ripercuote sulla vita del bambino e di cui si ha contezza solo quando si mette l’alunno nella condizione di confrontarsi con l’apprendimento scolastico vero e proprio, ma alcuni campanelli d’allarme dovrebbero scattare già se si rilevano ritardi o disturbi del linguaggio in età prescolare.

    Ciò che emerge dagli studi fatti è che le aree interessate sono quelle deputate agli automatismi nella lettura, pertanto al cervello, attraverso la terapia riabilitativa, va insegnato ad acquisire nuove abilità che metterà in atto proprio in funzione dell’apprendimento (nel caso specifico della dislessia) della lettura.
    La diagnosi non è facile né immediata e prevede un lavoro d’equipe che comprende il neuropsichiatra infantile, lo psicologo ed il logopedista, solo attraverso una serie di test specifici si può giungere a capire se realmente è presente il disturbo o le cause vanno imputate ad altro, che sia la sfera affettiva o quella fisica e solo dal 2006 ci si è accordati sulle linee guida da seguire per diagnosticare un DSA.

    Nonostante i notevoli sforzi che vengono fatti in Italia, rimaniamo uno degli ultimi paesi nel trattamento dei DSA, nell’accoglienza e nella scolarizzazione di bambini affetti da disturbo specifico dell’apprendimento. La formazione degli insegnanti, purtroppo, procede a rilento e non sempre è funzionale anche perché le classi vengono sempre più “riempite” di alunni senza tener conto le specificità delle modalità di apprendimento che caratterizzano ognuno dei bambini in età scolare.

    L’utilizzo di ausili didattici (sintetizzatore vocale, audiolibri, calcolatrice), ma anche l’esenzione dell’apprendimento di una lingua straniera in forma scritta o tempi più lunghi per l’esecuzione di compiti scritti quando questi non possano essere preferiti a colloqui solo orali, nonché l’attenzione sempre maggiore verso una modalità di apprendimento diversa tesa alla consapevolezza che i tempi di apprendimento sono diversi nel caso di DSA, può favorire la permanenza di questi bambini nel circuito scolastico facilitando e favorendo il raggiungimento degli obiettivi non solo nell’apprendimento delle nozioni scolastiche ma anche come trampolino di lancio per vivere una vita normale. Infatti non bisogna dimenticare che per un dislessico può essere quasi impossibile prendere la patente o partecipare ad un concorso pubblico generando in lui una sorta di abbandono e di incapacità di mettersi in gioco, fare progetti di vita, porsi e raggiungere obiettivi.

    Dalla dislessia non si guarisce mai completamente, ma se trattato in tempo e con le adeguate modalità di sostegno e riabilitazione il disturbo può essere compensato, soprattutto attraverso lo sviluppo di strategie di apprendimento e di lettura che permettono di superare i limiti determinati da esso. Infatti in circa l’1% dei casi il disturbo si riduce al massimo, dando l’impressione che non sia presente, mentre in altri casi il bambino mette in atto tecniche di compensazione che lo aiutano a vivere più o meno tranquillamente le sfide che la vita gli porrà ed a raggiungere gli obiettivi con modi e tempi propri.


    E' fondamentale quindi che genitori ed insegnanti riescano riconoscere tempestivamente il problema così da poter aiutare il bambino dislessico fin dai primi anni della scuola elementare, anche per evitare che egli sviluppi sentimenti di scarsa autostima, insicurezza, senso di colpa, timidezza e che quindi possa diventare vittima di bullismo da parte dei compagni fino ad arrivare a mettere in atto comportamenti antisociali o forme di devianza come difesa reattiva alla propria insicurezza.

     

     



    Dott. Pasquale Saviano

    Psicologo - Psicoterapeuta

    Specialista in Psicologia Clinica e  Psicoterapia Psicanalitica

    Corso Europa, 12

    Frattamaggiore (NA)

    Tel. 3204692910

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